venerdì 16 ottobre 2009

Le origini

Tutto ha avuto un inizio, si dice.
La mia passione sportiva ha avuto invece, diversi inizi.

Uno per ogni disciplina.
Credo li elencherò in ordine di importanza: altro non è che un modo per quantificare il peso specifico che ogni ricordo ha lasciato nella mia mente.
In realtà alcune discipline della mia infanzia/adolescenza le ho abbandonate o ridimensionate a favore di altre che non citerò qui e ora.

Ora è solo il momento di tuffarsi nella memoria e di dare il giusto posto alla scintilla primordiale che ha dato origine a tutto!

Come nella migliore delle tradizioni delle classifiche partiamo dal basso:

POSIZIONE NUMERO CINQUE
F1 - Gran premio d'Italia ?? - Autodromo di Monza

Non rammento l'anno esatto e già questo giustifica la sua presenza al 5° posto.
Il mio ricordo è legato quasi esclusivamente a una mela gialla che mia nonna mi diede prima di uscire di casa.
Mio papà lavorava per la Mercedes e aveva scovato 2 biglietti per la corsa. Biglietti popolari.
La cosa buffa di una corsa automobilistica come la F1 è che per il 90% del tempo non vedi niente di quello che accade nella corsa. Almeno che non hai la possibilità di seguire i maxischermi, ma non sono sicuro che negli anni '80 ce ne fossero molti lungo il percorso.
E' una manifestazione basata molto sulla fede e sui sensi.
L'udito, che ti permette di cogliere il motore rombante mentre si avvicina e di seguirlo mentre si allontana.
La vista, che accompagnando l'udito ti aiuta a scorgere in lontananza dei puntini colorati che in un secondo diventano delle dimensioni di una monoposto. Poteri della velocità.
Ho immagini molto confuse di quel giorno, ma è stato sicuramente il primo evento sportivo al quale ho assistito di persona e in qualche modo è stato il mio vero "battesimo della tribuna".

POSIZIONE NUMERO QUATTRO
Tennis - Internazionali di Roma 1995 - Salotto di casa

Molte volte nel corso degli anni mi hanno squadrato con fare stranito, quando racconto che c'è stato un periodo in cui registravo su VHS le finali dei tornei di Tennis per poi riguardarle con calma.
Capisco che 4 ore di batti e ribatti possano apparire abbastanza noiosi per un non appassionato, sopratutto quando li guardi in differita, già consapevole del risultato.
Ma io ero ancora nel periodo in cui stavo decidendo cosa mi piaceva e cosa no e tutto andava bene per uno sportivoro come me.
La Finale che si giocava di domenica vedeva contrapposti Muster e Bruguera. Non impazzivo per nessuno dei due ma chissà perchè, quel giorno speravo vincesse lo spagnolo.
Così il giorno dopo cominciai a vedere la matassa della partita dipanarsi sul mio piccolo televisore e la partita prendere forma e sostanza.
"Cominciai" perchè non riuscii a guardarla tutta di fila ma spezzettata su più giorni.
Internet mi viene in aiuto nel ricostruire 15 anni dopo il risultato finale.
Bruguera perse, 3-6 7-6(5) 6-2 6-3.
Visto così e ricordando la mia preferenza iniziale mi viene da pensare che i primi giorni sono stati i migliori. Poi un tie break della speranza e infine il declino. Una partita lunga una settimana.
Se mi fermavo lunedì sarebbe stato meglio!

POSIZIONE NUMERO TRE
Atletica - Olimpiadi di Atlanta 1996 - Salotto di casa

C'è un'impresa che non riguarda la vostra squadra del cuore o un qualcosa a voi caro, che però continuate a ricordare con partecipazione e che ha un posto importante nella vostra memoria?
Ecco, Michael Johnson ce l'ha nella mia.
Ormai i suoi record sono stati sbriciolati dal "lampo giamaicano", ma ai tempi ebbi la sensazione di assistere a qualcosa di epocale.
I 200 metri in 19.32 segnarono molto più che un fugace record, per me.
Furono le mie prime Olimpiadi vissute con partecipazione e seguite in televisione.
Fecero da sfondo a un'estate particolare, non bella ma indimenticabile.
Rimasero impressi sul mio primo orologio, orpello che raramente ho usato in seguito e che tutt'ora è bandito dal mio polso.
Ma quello era uno Swatch, regalo della nonna. Con il fotofinish disegnato sul cinturino e il faccione sorridente di Michael sulla scatola blu.
Diciamo che molto probabilmente fu la prima volta che lo sport fece capolino nella mia vita, non più solo come un gioco ma anche come una passione da seguire, commentare e condividere.

POSIZIONE NUMERO DUE
Calcio - Europei Germania Ovest 1988 - Casa della nonna

Avere una zia di poco più grande secondo me è abbastanza una fortuna.
Fortuna perchè ci puoi condividere molte cose ma non la casa, come succedere con un fratello maggiore!
Quel giorno mi aveva portato a giocare a pallone al campetto vicino a casa sua. I classici due tiri polverosi dei caldi pomeriggi di primavera.
Quel giorno però i due tiri erano particolarmente caldi, tanto da suggerirci una prematura ritirata verso casa. Ancora non si era nel periodo in cui gli allenatori "mandavano tutti a prendere un tè caldo" fortunatamente, come qualche anno dopo sarebbe toccato ai nostri emuli professionisti.
Ma da lì a poco avrei fatto la mia iniziazione calcistica.
Già avvenuta in altre forme peraltro. All'asilo disquisivo di calcio con i miei giovani commensali, ma senza capire di cosa stessi parlando in realtà. A pallone ci giocavo già da anni. Ma non avevo ancora preso contatto con la parte "seria" dello sport nazionale.
Quel giorno si giocava Olanda-Inghilterra.
Da qui in poi partono i MIEI ricordi. Sottolineo MIEI, perchè non ho mai voluto verificarli in rete o sugli almanacchi.
Preferisco restino così come me li ricordo anche non dovessero essere precisi e accurati.
E da come me lo ricordo io, c'era una squadra in difficoltà, quella dei Tulipani.
Finché un cigno di arancio vestito non decise di disegnare calcio. Non solo di risolvere la partita ma di incidere un solco nella Storia dello Sport.
Un solco che continuerà a suonare per anni ancora.
Un gol dietro l'altro, un pallone che chiamava l'altro in un moto perpetuo di rara bellezza. Ricordo bene la sensazione che provai nell'unire con un immaginario filo il campetto spelacchiato di Cusano Milanino con i verdi prati della Germania ancora divisa.
A volta capita di giocare una partita di livello internazionale anche restando seduti sul pavimento davanti alla tv con un pallone tra le braccia.
Capitava sempre quando vedevi giocare Marco van Basten.

POSIZIONE NUMERO UNO
Basket - Finali NBA Gara 6 1992 - Casa della nonna

Partiamo dal presupposto che i gusti son gusti. Tranne in un caso.
MJ. His airness.
Non accetto compromessi o complicate piroette dialettiche che possano spiegare come possa non essere considerato il più grande atleta di tutti i tempi.
Chi ne sa, suggerisce di non annegare nei propri aggettivi quando si scrive qualcosa, perciò eviterò di scendere nei particolari.
Ma davvero, non credo dimenticherò mai la prima volta che l'ho visto giocare.
Gara 6 delle Finali. Trail Blazers vsBulls a Chicago.
Ogni suo movimento mi sembrava perfetto, ogni gesto una danza. Scoprii solo in seguito che non si trattò certo della sua miglior partita, motivo per cui passò sul pino un bel pezzo del (di solito decisivo) terzo quarto.
Poi rientrò in campo ma sopratutto in partita e sancì la rimonta e il definitivo sorpasso dei futuri 6 volte Campioni del Mondo.
Quello era il loro secondo titolo ma per quanto ne potevo sapere io era la prima partita di basket mai trasmessa in TV.
La mitica TMC che trasmetteva in differita qualche partita del campionato più bello del mondo.
Dovrei scrivere a parte di MJ e sicuramente lo farò, ma quel giorno mi rimase negli occhi e nel cuore come il simbolo dello Sport che a me piace vedere e vivere.
L'arte applicata al divertimento e alla gioia, al movimento, al sudore e al piacere del superare i limiti altrui prima dei propri.
E con lui in campo le lavagnette per gli schemi assomigliavano sempre più a una tavolozza bianca da riempire di colori e grida di stupore e le frecce, le curve, le croci e i pallini rendevano il campo da basket un immenso quadro di Mirò.

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E i vostri ricordi?
Create la vostra piccola classifica e postatela se volete.

martedì 29 settembre 2009

La M(eglio)-Generation

Era un sabato.
Di questo son sicuro. Ed era pomeriggio.
Il luogo lo so per certo, San Siro. Insomma direi che mi ricordo praticamente tutto!
La data no, ma era un bel pomeriggio di festa a San Siro per la prima manifestazione della M Generation, dove M sta per "Milan" e Generation per "cerchiamo di accapararci quanti più ragazzini possibili che tra 10 anni saranno questi quelli che ci daranno i soldi".
Ai tempi il mio fratellino non era ancora passato al lato ner(azzurro) della forza e cercavo in qualche modo di portarlo sulla retta via.
E secondo me il piano funzionava anche all'inizio.
Stand e ragazzini ovunque. Magliette, gadget, il rosso e il nero che sventolavano su sfondo bianco al vento.
Insomma sembrava una specie di congresso di Forza Italia ma con meno Italia e più Milan. Alla fine in effetti l'origine è comune per entrambe.

Muniti di taccuino dove segnare i punti che il mio circuibile fratello faceva ai vari giochi di abilità calcistica (non moltissimi peraltro) e ci incamminammo come i migliori Dante e Virgilio lungo il "diabolico" percorso.
Dopo amene vicende, divertenti siparietti e alterne fortune ci giunse l'eco dell'evento principale che si svolgeva nientepopòdimeno che sul campo da giuoco dello stadio Giuseppe Meazza di Milano!
Campo diviso in minicampi da 5 vs 5 per bimbi con porticine smontabili e gli allenatori delle giovanili che si improvvisavano arbitri.
Non pervenuti 4° uomo, guardalinee. Per i giudici di riga era ancora troppo presto.
Schivo con agilità uno sciame di bambini ciarlanti che assalgono Maurizio "ElSegnaSemperLü" Ganz in cerca di un meritato (per lui) autografo. In realtà il poverino cercava di divincolarsi per raggiungere il sempre pacato Seba Rossi che lo richiamava per il pranzo.
Nell'angolo del campo più vicino alle cancellate intanto Adriano Galliani, in completo elegante e immancabile cravatta gialla, si trovava con i piedi ben piantati tra i pali cimentantandosi in un improbabile ruolo di portiere per neutralizzare i temibili rifori di piccoli aspiranti centravanti del Milan.
Credo non ne abbia preso uno.

Insomma il clima era di festa e anche quel tanto familiare.
Contribuiva a riportare in un contesto più umano gente che fino a quel momento avevamo visto solo in tv o piccoli piccoli dal 2° anello dello stadio.
Finalmente poi il grande momento!
Entra mio fratello per una partitella sul campo.
Prendono 10 bimbi a caso, fanno 2 squadre e inizia la partita.
Pochi minuti a disposizione, l'occasione della vita, CARPE DIEM Giacomino!
Io a bordo campo teso e attento come il migliore dei talent scout, osservavo ogni movimento, il piazzamento dei compagni, i movimenti fluidi della difesa e il pressing del centrocampo.
I ragazzi in campo sembravano non sentire la tensione ma nonostante l'incessante scandire dei secondi il punteggio era ancora fermo sull 0-0.
Occorreva un lampo di genio, un'invenzione del singolo, un colpo ad effetto che potesse spezzare l'equlibrio.
In un attimo il mio pensiero diventò azione! Un rimpallo, uno scatto poderoso sulla fascia, l'avversario che scivola, la porta sempre più vicina, la palla mezzo metro troppo avanti, la scivolata, il piede che sfiora la palla quanto basta, il portiere che si muove con una frazione di secondo di ritardo, io che mi spingo sempre più sul vetro che mi divide, la palla si infila vicino al palo....GOOOOOOOOOOOL!
Mio fratello aveva segnato a San Siro!
Momenti di esaltazione, gli altri bambini non esistono, anzi gli altri sono bambini lui no, adesso Adriano lascia i pali per prendere nota del suo nome e cognome, Ganz lascia la sessione di autografi per dare 2 dritte sul futuro centravanti della Nazionale e del Milan.
Poi l'imprevisto...l'allenatore/arbitro senza un perchè ferma il gioco, sceglie mio fratello e lo accompagna fuori.
Panico.
Si aprì il portoncino e lo accompagnò fuori dal rettangolo verde di erba e sogni..cos'era successo? Mio fratellino non è capace di offendere neanche sè stesso, di falli non ne ho visti...e allora perchè??
Ditemi le 2 categorie che riscuotono meno simpatia tra i tifosi di una squadra di calcio.
Tranne i giornalisti e i blogger sportivi ovviamente.
Bravi!! Allenatori e arbitri.
Figuriamoci quando un allenatore si improvvisa arbitro, dando vita a una terza specie ibrida.

Ditemi voi come dovevo prendere questo affronto a un gesto atletico di quello spessore e a un gol risolutivo segnato sul mitico campo di San Siro!
Senza una motivazione e senza spiegazioni lecite per di più.

E invece a mio fratello mica importava di tutta sta pomposità di ragionamento aggressivo che avevo tirato su.
Era felice per aver giocato e giusto un pochino in più per avere anche segnato, ma senza neanche l'ombra di rancore.
E tutte le polemiche degli pesudotifosi del lunedì o delle moviole della domenica sera o dei genitori a bordocampo nei campetti di periferia o dei fratelloni a bordocampo degli stadi di SerieA?
Nulla.

Di quel giorno gli è rimasto solo il taccuino dimenticato chissà dove.
Lui ha pure cambiato squadra, scegliendo i cuginastri.
Poteva sembrare un pomeriggio perso.
E se fosse che per una volta invece. un'operazione di marketing come tante altre si è trasformata in un piccolo esercizio di fairplay involontario per tanti involontari adulti facinorosi?

mercoledì 23 settembre 2009

David contro (i) Golia

C'era un tempo in cui non esistevano i confini.
Quando l'uomo non aveva ancora deciso di prendere il mappamondo e cominciare a tracciare piccole cicatrici che, seppur sottili e invisibili dividevano intere regioni, nazioni, popoli.
Il passo successivo fu dare un nome diverso, una bandiera, una lingua a ogni paese così che fosse sempre più chiaro a tutti la divisione e la unicità di ogni nazione.
E non puoi discutere con un solco tantopiù se invisibile.
Se ti trovi anche solo un metro più in là appartieni a qualcun'altro e qualcos'altro ti appartiene.
Che per come la vediamo adesso è anche logico e normale, ma se mentre la tiravano ti trovavi a cavallo del confine con una gamba di qua e una di là, beh avresti anche potuto avere qualcosa da ridire.

Eppure ci sono ancora piccole zone nel mondo dove questo concetto non è così assoluto come sembrerebbe.
Posti dove l'inizio e la fine della propria terra la fanno ancora la cultura comune, la lingua che parlavano gli antenati, le origini.
Uno di questi sono i Paesi Baschi.
Anzi va, chiamiamoli con il loro nome Euskadi. O più seriosamente Comunidad Autónoma del País Vasco.
Una zona ufficialmente situata tra l'oceano e il confine francese su territorio spagnolo, ma che in realtà comprende idealmente anche la zona pirenaica della Francia.
3 province che governano questi territori dal 1200, autonome anche per la costituzione spagnola dal 1978, con tanto di Presidente e Governo Autonomo, una lingua propria e tradizioni che affondano le radici nei secoli.

Lasciamo perdere le derivazioni violente tipiche dell'ETA.

La squadra di calcio che rappresenta la regione perciò, non poteva non tenere conto della sua storia.
Nel 1898 nasce l'Athletic Bilbao, gioca nell'omonima città nello stadio "San Mamès".
Nella sua storia ha vinto 8 volte il Campionato Spagnolo, 23 volte la Coppa del Re e 1 Supercoppa di Spagna, oltre ad aver preso parte a 14 finali di competizioni nazionali perdendo..
Può vantare anche la partecipazione ai quarti di Coppa Campioni e a una finale di Coppa Uefa.
Ma il dato più significativo forse è che nei suoi 108 anni ufficiali di storia non è mai retrocessa, dato reso ancor più significativo dal fatto che in Spagna è un record che condivide con le ben più blasonate e quotate Real Madrid e Barcellona.

Cosa rende queste cifre uniche al mondo?
Beh il fatto che per scelta, la squadra gioca solo con giocatori baschi di nascita o di origine. La massima concessione che fanno è il reclutamento di giocatori stranieri a patto che abbiano imparato a giocare a calcio in qualche squadra giovanile basca.
Se ci pensate è incredibile!
Pescano da un bacino di 2,5 milioni di persone e vincono più di squadre che pescano in tutto il mondo.
E' come se il Milan o l'Inter nella loro storia avessero tesserato solo giocatori dell'hinterland di Milano. Secondo me ora avrebbero la storia del Brera, sperso tra le divisioni dilettantistiche, se ancora esiste.

Eppure il senso di appartenenza di questa gente, di questa società e dei giocatori baschi che scendono in campo, di volta in volta contro corazzate multietniche di tutta Europa, li rende capaci di vittorie inimmaginabili.
E per dimostrare che è la cultura a motivare questa scelta così netta e non una gretta autoghettizzazione un esempio su tutti.
Nella stagione 1996/1997 l'Athletic Bilbao acquista Bixente Lizarazu, francese di nascita ma basco di sangue. L'unica cosa che conta nella composizione della squadra.

Fa specie abituati alle multinazionali del calcio europeo contare solo bandierine spagnole (sempre comunque di orgine basca) affianco ai nomi che compongono la rosa dell'Athletic. E sopratutto, abituati ad arabi, russi, americani che inondano di soldi squadre di città nelle quali probabilmente non avevano mai messo piede prima, vedere solo bandierine spagnole affianco al lungo elenco dei presidenti di questa storica società.

Quest'anno ha ceduto al business, "sporcando" la maglietta biancorossa con uno sponsor, fatto mai accaduto precedentemente. Inutile dire che trattasi di sponsor basco!

Personalmente non ritengo dannoso o mortificante o immorale permettere agli sportivi di tutto il mondo di trovare il posto ideale dove dar sfoggio delle proprie capacità, anche quando questo posto è ben aldilà dei confini della propria nazione d'origine.
E' innegabile però il fascino e la magia che circonda questa squadra, queste terre e questo indistruttibile attaccamento alle proprie origini e alla propria unicità.
Un'unicità scritta nel DNA e non nella mera costruzione di un mondo a tavolino.

E allora che i Rojiblancos continuino la loro favola costruita passo dopo passo, anno dopo anno, sempre guardando avanti pur rimanendo sempre immobili.

venerdì 18 settembre 2009

Stakanov

Si pensa che Aleksej Grigor'evič Stachanov lavorasse per ore e ore di fila senza mai dormire, mangiare o leggere un giornale.
In realtà (vera o montata che sia la sua storia) non fece altro che lavorare bene, ottimizzando il lavoro nelle miniere di carbone, e incrementando notevolmente la produttività delle stesse.

Ora, piccola riflessione.
Quante volte avete sentito come scusa per gli scarsi risultati dei nostri amati calciatori la stanchezza?
Motivata da cosa? Numero eccessivo di partite.

Daniel Alves, giocatore del FC Barcelona, squadra che è andata in fondo a tutte le competizioni alle quali ha partecipato, l'anno scorso è stato il più impiegato della sua squadra di club giocando ben 4718 minuti, circa 52 partite intere da 90 minuti.

In USA nella MLB (Major League Baseball) si giocano 162 partite, senza contare i playoff, in un anno.
Nella NBA (National Basketball Association) si giocano 82 partite, senza contare i playoff, con un roster di 12 giocatori.
Nella NHL (National Hockey League) si possono giocare fino a 100 gare in una sola stagione e credo che tutti abbiamo un'idea della fisicità di questo sport.

Roger Federer quest'anno ha già giocato 61 partite e per quanto nel tennis non ci sia contatto, sono comunque un bel numero per uno sport che non prevede l'aiuto di compagni o la possibilità del turnover.

Come mai solo i calciatori hanno bisogno di 3 settimane di ferie a Natale, di un mese di ferie estive, di riposare dopo ogni partita?
Ma sopratutto come mai un numero così esiguo di partite, rispetto ad altri sport ugualmente o maggiormente faticosi, è sufficiente per farli diventare dei poveri martiri bisognosi di maggior riposo e considerazione?

Son sicuro che piacerebbe a tutti poter andare dal capo e giustificare i nostri scarsi risultati con il fatto che la settimana precedente abbiamo lavorato ben 8 ore al giorno.

Provateci e poi fatemi sapere se diventerete un esempio di produttività come il buon Stakanov.
Nel dubbio comunque preparate uno scatolone abbastanza grande per le vostre cose!

Buon weekend.

giovedì 17 settembre 2009

Il pifferaio magico

Il Forum era quasi pieno. Gara 4 delle Finali scudetto 2008/2009 tra la mia amata Armani Jeans e "L'Invincibile Armada" senese.
La Mens Sana Siena nelle ultime 3 stagioni di Serie A, tra stagione regolare e playoff ha perduto solo 10 partite su 139 di cui solo 1 nella stagione che andava a concludersi quella sera.
Dopo il primo quarto conclusosi sul 32-9 per loro cominciava a nascere in me il flebile sospetto che anche quella partita era persa!
E così fu.
Partita condotta in scioltezza e vinta ancora più facilmente. Strette di mano tra le due squadre, palco montato velocemente e cannoncini pronti a colorare di verde e bianco il parquet.
Mentre venivano premiati Presidente, staff, allenatore (l'ottimo Pianigiani) e giocatori, nell'angolo in alto a sinistra del parquet rispetto alla mia visuale si agitava nervosamente un ometto di 2 metri con i colori dell'Olimpia.

Tutti i coriandoli non avevano ancora toccato terra che già Mike Hall stava già scavalcando la bassa transenna per infilarsi nella fiumana di gente che guadagnava lentamente l'uscita.
Increduli mentre questo gigante sudato e imbronciato si faceva largo tra di loro alzando (o per meglio dire, abbassando) un 5 a chiunque incontrava.
Non contento, raggiunto il lato opposto eccolo risalire fino al secondo anello a salutare i fedeli spettatori che assistono increduli all'insolito pellegrinaggio, poi proseguire fino alla curva degli ultras che lo travolgono letteralmente di abbracci e spinte.
Prima di vederlo sventolare il bandierone con i colori di Milano in transenna ha dato l'impressione di annegare tra il mare di persone che lo seguivano almeno un paio di volte.
Ormai la gente lo seguiva come i bambini seguivano il pifferaio magico nella famosa fiaba.
E continuavano a seguirlo mentre lui riprendeva il suo personale tour del Forum, risalendo il secondo anello e uscendo nel corridoio che porta alle scale esterne.
Ed è lì che l'ho incontrato, partecipe e testimone del più bel gesto che ho visto compiere a un atleta, sopratutto dopo aver perso.

Ho mancato per pochi centimentri l'appuntamento con la sua manona per un 5 che sarebbe stato di ringraziamento per il suo gesto.
Ancora mi chiedo cosa l'abbia spinto a quel plateale gesto.
E mentre io abbandonavo il Forum continuavo a scorgere da lontano la coda di chi aveva deciso di seguire fino all'ultimo gradino quel gigante americano intento a portare il suo saluto e forse le sue scuse a ogni spettatore.
La partita l'aveva persa ma credo sapesse che stava riconquistando la stima e l'attenzione di tutti.

Tra poco si ricomincia, e credo che il buon Mike preferirà dare spettacolo in campo piuttosto che sui gradini del Forum!

mercoledì 16 settembre 2009

I (tristi) giornalisti

Anche voi giocate a tutti i fantacalci possibili?
Anche voi conoscete la coppia d'attacco dello Zurigo e l'ultimo acquisto dell'Hull City?
Vi capita di guardare una partita dei preliminari di Champions tra una squadra ungherese e una israeliana?
Ecco, sappiate che NON siamo in buona compagnia.

L'altro giorno mi imbatto in un'intervista al (pare) bravo e (pare) simpatico allenatore della Juve, Ferrara.
Lodi sperticate, ma non per il primo posto in campionato o per l'ottima campagna acquisti.
No, il giornalista sportivo della Gazzetta dello Sport era abbagliato da un fatto quanto mai singolare a suo avviso.
Ferrara conosceva i nomi e le caratteristiche dei giocatori del Bordeaux, prossimo avversario della Juve in Champions!
WOW!
Tralasciamo la banalità del tipo "e per forza con tutti i soldi che prende..", come se la competenza sul lavoro debba crescere in base agli aumenti di stipendio.
Credo che noi tutti vediamo il calcio e lo sport in generale come una passione e ci aspettiamo che sia così per tutti, dagli allenatori ai giocatori ai giornalisti.
Ma se anche così non fosse per alcuni di loro, perlomeno ci aspettiamo un minimo di professionalità e di conoscenza dell'argomento!

Ora, è il giornalista che ben rappresenta la sua categoria troppo spesso approssimativa e impreparata o piuttosto Ferrara la "mosca bianca" degli allenatori tanto da stupire per la sua preparazione?

Io credo più la prima.
Non fosse altro per la sequela infinita di errori piccoli o grandi che i nostri impreparati giornalisti, televisivi e della carta stampata, commettono.
La RAI non sforna un telecronista serio da mai. I commenti tecnici sono affidati a ex giocatori che passano 90 minuti a usare paroloni incomprensibili anche al collega che hanno affianco. Le interviste nell'intervallo sono fatte sempre e comunque ad Abete, anche quando non c'è.
Usano un cartonato semovente.
I grandi quotidiani sportivi, escono dall'orticello italiano solo se un giocatore italiano finisce a giocare all'estero. Altrimenti ignorano chiunque, salvo pompare all'inverosimile qualunque giocatore straniero (i laterali brasiliani sono i più gettonati) che viene anche lontanamente associato a una squadra italiana.

Fortunatamente esiste SKY.
Capitanati dall'immenso Marianella (Dio lo conservi intonso) sono sempre precisi, competetenti, istruttivi, prodighi di aneddoti.
Ogni tanto scivolano anche loro in qualche defaillances, ma finezze.

E comunque il dubbio nasce sempre spontaneo.
Se noi leggendo la Gazzetta la mattina, guardando SKY SPORT 24, facendo zapping nei weekend piovosi ne sappiamo più della maggior parte dei giornalisti sportivi, non meriteremmo di dire la nostra più spesso?

Per questo esistono i blog!

ps: sabato scorso i magazzinieri del Livorno hanno sbagliato a scrivere i cognomi sulla maglietta di 2 loro giocatori (Candreva e Perticone), perciò non abbattetevi cari amici giornalisti, non siete gli unici a non sapere niente di chi scende in campo.

martedì 15 settembre 2009

The American Dream

E così Rogerino è tornato umano.
Se così si può chiamare uno svizzero di 28 anni che ha vinto più di quanto abbia vinto tutto il tennis italiano nella sua anonima vita.
Tra semifinale e finale in terra americana, ha sfoderato due colpi di quelli che vengono solo alla playstation senza peraltro riuscire mai a replicarli una seconda volta.
Ha lasciato per strada solo 2 set e anche ieri sera ha passeggiato per tutta la durata del primo set, portato a casa senza sudare neanche sotto la lingua.

Eppure toppava ogni tanto. Doppi falli, palle sparate alte. Sembrava voler concedere sempre una nuova possibilità al bimbo argentino (concittadino del più famoso Camoranesi).
Il secondo set così è stato ribaltato come una frittella e dalla sponda biancocrociata è scivolato inesorabilmente verso il sosia del giovane Springsteen.
Peraltro senza che quest'ultimo abbia fatto niente per meritarselo, c'è da aggiungere.

A parte forse un piccolo particolare. Averci provato sempre.
Non aver mai mollato, nè sotto i colpi precisi di Roger nè sotto il peso di un paio di passanti miracolosi dello svizzero che si sono infilati all'incrocio delle righe e tra le scapole dell'argentino.
Fastidiosi e dolorosi.
Ma non abbastanza da convincerlo a mollare. E mettendo da parte l'arte e la grazia e aggrappandosi con tutte le sue forze a ogni palla è riuscito nella sua grande impresa.

Ribaltare un pronostico già scritto, battere il PFTDS (Più Forte Tennista Di Sempre), interrompere la rincorsa a 2 dei suoi innumerevoli record (US Open vinti consecutivamente e partite vinte in serie al prestigioso Slam a stelle e strisce), vincere il suo primo Slam e il tutto a soli 20 anni.
Ma la cosa più sbalorditiva di questo giovane dalla faccia rassegnata (che sia al successo come alla sconfitta) è che ci vede meglio del "falco". Sparare pallate a più di 100 miglia orarie e con sicurezza dichiarare che la palla ha sfiorato la riga quel tanto da conquistare il punto e forse ancor più difficile che battere una leggenda.

E stamattina pensando alla serata storta della Leggenda Svizzera, mi sono venute in mente le parole dell'immenso Leonard Cohen: "C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce".

Alla prossima, Roger!